Una storia zen

fragola, storia zen

Oggi vi racconto una storia zen, una di quelle che più mi ha fatto innervosire, che ho detestato di più….ma andiamo per ordine, così mi capirete.

La storia zen

In un sutra, Buddha raccontò una parabola: un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto ad un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!

Le nostre debolezze

Quando rileggo questa storia zen, non riesco a fare a meno di immaginarmi il mio narratore: anziano, furbo, lo sguardo ad un tempo intelligente, rilassato e divertito, mi dà la sensazione di poter vedere ogni mia debolezza, ogni piccola incertezza, ogni rigidità della mia personalità e del mio pensiero.

Detesto questa immagine, detesto il modo soddisfatto con cui mi racconta questa storia, anche se segretamente lo ammiro. Mi rendo conto che la parabola mi scuote nel mio essere profondamente occidentale, nel mio legarmi al futuro, al passato – il presente esiste in quanto sede di progetti e proiezioni, mai in quanto sé stesso.

Mi fa arrabbiare, quel lontano maestro, perché mi ricorda ciò che non sono; mi ricorda quanto non riesco ad essere presente, quanto perso io sia, costantemente in balia dei venti contrastati dei miei pensieri e delle mie speranze.

Mi innervosisce, perché ha ragione, anche se mi ha solo narrato una storia zen.

 

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