Stress: vittime dell’ambiente o attori di un palcoscenico?

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Stress! Sono stressato, tu mi stressi, non stressarmi, stress lavoro-correlato, lo stress da palcoscenico, che stress!
Una delle parole che usiamo più spesso, che ha traslocato dal vocabolario psicologico-medico per insediarsi in quello, variegato e sempre cangiante, delle parole di uso comune, più o meno specifiche (spesso meno), utilizzate frequentemente per indicare stati d’animo, reazioni, emozioni, o altro.

Una questione di equilibrio

Prima di approfondire cosa sia lo stress, dovremmo forse specificare che si basa su un concetto: ognuno di noi possiede un suo equilibrio interno, di una serie di variabili fisiche e psicologiche, e alcuni meccanismi per mantenere questo equilibrio: i meccanismi omeostatici. Quando questo equilibrio viene messo in crisi da qualche evento, interno, esterno o entrambi, si verifica lo stress: la difficoltà o impossibilità dell’organismo di tornare allo stato di equilibrio precedente.

Stress, equilibrio ed omeostasi

I meccanismi di auto-equilibrazione, o omeostasi, caratterizzano i sistemi viventi, essendo finalizzati a mantenere una serie di valori del corpo (ad esempio temperatura e battito cardiaco) ad di sotto o ad di sopra di alcuni valori-soglia, oppure riportarli alla normalità dopo le variazioni dovute al mutare delle condizioni ambientali.

Come abbiamo visto, tra i termini proposti per indicare uno stato di tensione psico-corporea, spicca certamente quello di stress. Nella sua formulazione originale (Selye, 1946) si riferisce ad una serie di reazioni corporee (e relativi correlati psicologici), con le quali il sistema-persona reagisce ad una serie di stimolazioni dell’ambiente (stressors), i quali provocano l’adattamento della persona.

Stress: eustress e distress

Le reazioni di stress sono divise in eustress quando la difficoltà è superata e l’organismo esce dall’esperienza complessivamente rafforzato, e in distress quando la risposta si cronicizza (Szabo et al., 2012), attivando una serie di meccanismi psicofisici che a lungo andare diventano patogeni, quali l’aumento di cortisolo nel sangue, l’aumentato rilascio del neurotrasmettitore norepinefrina, l’aumento della conduttività elettrica cutanea, ed altri (Bremner, 2007).

Considerando il concetto di stress, passo a presentarvi un paio di casi clinici, il primo preso dalla mia personale casistica, il secondo tratto da un libro di Enzo Soresi, “Il cervello anarchico”. Credo che entrambi possano esemplificare come, in un due discipline molto diverse come psicoterapia e pneumologia, il concetto di stress possa essere utilizzato, per comprendere meglio, se non curare più velocemente, una serie di problematiche.

Un caso reale

Un paziente di mezza età che si presentò al mio studio lamentando degli attacchi di panico. Durante l’attività di indagine/intervento (Nardone, 2004), emerse chiaramente che la sua quotidianità lavorativa – peraltro di successo, in campo libero professionale – era caratterizzata da un’assenza pressoché completa di ritmi psico-fisiologici stabili, a partire dal sonno. Il paziente si sottoponeva a maratone lavorative che potevano arrivare a 20 ore in una singola giornata per diversi giorni di fila, per poi, in altri periodi di minore intensità di commesse, ridursi drasticamente. Ultimamente, però, quando tali massacranti giornate si avvicinavano, sperimentava ansia crescente, che si riverberava durante la notte provocando insonnia, rendendo in definitiva ancora più tremende le ore già stipate di impegni.

Come si può immaginare, con un caso simile ben poco avrebbe potuto l’usuale protocollo per gli attacchi di panico (Nardone, 1995), pure solitamente molto efficace con i disturbi d’ansia; il problema, infatti, non era scatenato, come solitamente accade, da modalità percettivo/reattive fobiche o fobiche-ossessive, ma da una completa assenza di cura per le più elementari necessità corporee, costantemente messe in secondo piano rispetto agli impegni lavorativi. Procedemmo quindi ad una attenta pianificazione/riorganizzazione della gestione del lavoro, per permettere un migliore equilibrio psico-corporeo, ed allo smantellamento dei meccanismi psicologici che attivavano l’insonnia portando al superamento del problema in poche sedute.

Un altro caso: la malattia come momento di pace

Ricordo un caso di un paziente ricoverato presso il nostro reparto per una malattia tubercolare di una certa gravità. Mentre raccoglievo l’anamnesi emerse in modo lampante come quella malattia rappresentasse per lui, finalmente, un momento di pace tanto era l’entusiasmo con cui la viveva. Quando gli comunicai infatti che per almeno un anno non avrebbe potuto tornare a lavorare si liberò in un dolcissimo sorriso quasi fosse uscito da un incubo. Si trattava di un operaio che, diventato sindacalista della CGIL, aveva sviluppato una brillante carriera e doveva quindi confrontarsi con ministri, alti dirigenti, ecc. in continue riunioni. Evidentemente quell’impegno era superiore alle sue forze e il suo organismo, non in condizioni di sostenere quel tipo di sollecitazione sociologica, elaborò una malattia di fuga (Soresi, 2006).

Entrambi i casi riportati esemplificano con chiarezza l’interazione costante e circolare tra variabili corporee, psicologiche e relazionali. Il successo del concetto di “stress”, dopotutto, è stato anche e soprattutto questo: ricordare a tutti i professionisti sanitari l’unitarietà dell’umano che, lungi dall’essere unicamente la somma delle sue parti, costruisce sè stesso circolarmente (Maturana & Varela, 1985).

Una considerazione sui protocolli di cura

In Terapia Breve Strategica il lavoro di ricerca/intervento ci ha permesso di dotarci di una serie piuttosto estesa di protocolli di intervento per intere classi di problematiche psicologiche, relazionali e comportamentali; al pari di altre discipline mediche, quindi, i protocolli godono di una grande importanza nel mio lavoro.

Trovo tuttavia che la protocollizzazione del trattamento possa avere anche un altro effetto, più indiretto ma meno positivo: quello di regalare al clinico un falso senso di sicurezza che, sollevandolo apparentemente dalla responsabilità di calzare il trattamento sulle caratteristiche del singolo paziente, lo spinge ad applicare acriticamente i frutti ereditati dal ragionamento altrui. Per costoro l’utilizzo del protocollo diventa una sorta di “crampo mentale”, una contrazione involontaria del pensiero che porta ad azioni ripetitive e banalizzate (Von Foerster, 1987). Utilizzati in questo modo i protocolli, al pari dei crampi, possono fare davvero male: il trattamento dei due casi riportati sarebbe stato molto più impoverito, e forse meno efficace, senza tale “sospensione” dell’automatismo dell’intervento da protocollo.

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Bibliografia

Bremner, J. D. (2007). Does stress damage the brain? In L. J. Kirmayer, R. Lemelson & M. Barad (2007) Understanding trauma. Integrating biological, Clinical and Cultural Perspectives. Cambridge: Cambridge University Press.

Maturana, H., Varela, F. J. (1985). Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente. Venezia: Marsilio.
Nardone, G. (1995). Paura, panico, fobie. Firenze: Ponte alle Grazie.

Nardone, G. (2002). Manuale di sopravvivenza per psico-pazienti. Firenze: Ponte alle Grazie.

Nardone, G., Salvini, A. (2004). Il dialogo strategico. Tecniche evolute per il cambiamento terapeutico. Firenze: Ponte alle Grazie.

Selye, H. (1946). The general adaptation syndrome and the diseases of adaptation. The journal of clinical endocrinology, 6(2), 117-230.

Soresi, E. (2006). Il cervello anarchico. Novara: Utet.

Szabo, S., Tache, Y., & Somogyi, A. (2012). The legacy of Hans Selye and the origins of stress research: a retrospective 75 years after his landmark brief “letter” to the editor# of nature. Stress, 15(5), 472-478.

Von Foerster, H. (1987). Sistemi che osservano. Roma: Astrolabio.

 

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