Perché smettere di controllare il pensiero

controllare il pensiero, ragazza pensierosa

Negli ultimi decenni si è compiuta quella che è stata definita la “sbornia cognitiva” in psicologia; lo strumento della ragione, da potente “attrezzo” di analisi e comprensione, è stato in altre parole trasformato in fattore di cambiamento; in alcuni casi è stata passata l’idea, fallace e (vedremo perché) potenzialmente pericolosa che la ragione (ed il controllo che la accompagna) potessero regolare con la loro illuminata presenza tutti gli ambiti del mentale, del cognitivo e dell’emotivo, come il saggio cocchiero di quei recalcitranti, ed in fondo primitivi, animali.

Cosa significa controllare il pensiero

Ma esistono alcuni segnali che ci indicano che, perlomeno, dobbiamo andarci cauti. Per prima cosa, diversi studi, in ambito quantitativo e qualitativo/clinico, indicano che cercare di controllare il pensiero tramite l’uso sapiente del ragionamento razionale può provocare pericolosi effetti paradossali, per cui proprio ciò a cui si cerca di non pensare torna come una “ondata di ritorno”, rafforzata proprio dallo sforzo di escluderla dalla coscienza.

“Non pensare a un orso bianco”!

Ad esempio, Wegner e colleghi (1987) ha chiesto ai partecipanti del suo studio di non pensare volontariamente ad un orso bianco, ottenendo, per coloro che più dilingentemente si impegnavano nel compito, una più alta frequenza di pensieri riguardanti proprio un orso bianco.

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Inoltre, come Nardone e Balbi (2008) mettono in evidenza, la Tentata Soluzione della repressione di pensieri ed emozioni indesiderati può costituirsi come la base di problemi ossessivi, fobico-ossessivi e ossessivo-fobici. Una variante peculiare, che riguarda il tentativo di controllare il pensiero tramite procedimenti di tipo logico-induttivo, costituisce spesso il meccanismo di mantenimento della problematica denominata dubbio patologico(Nardone & De Santis, 2011), in cui la persona, impegnata in un drammatico tiro alla fune con sé stessa, cerca con caparbietà di confutare i pensieri che la assalgono o sciogliere i dubbi che la assillano, finendo inevitabilmente per rafforzarli.

Non controllare il pensiero, lascia andare

Possiamo affermare che utilizzare la ragione per sedare o domare il proprio mondo mentale costituisce quindi un autoinganno tutt’altro che funzionale: alternativa è, pazientemente, imparare a concedersi tutte le proprie caratteristiche, anche quelle meno edificanti, con la consapevolezza che solo così possiamo imparare a controllarle; consigliabile sarà cavalcare la tigre delle nostre parti meno desiderate, mai affrontarla a mani nude…

Bibliografia

Nardone, G., Balbi, e. (2008). Solcare il mare all’insaputa del cielo. Lezioni sul cambiamento terapeutico e le logiche non ordinarie. Firenze: Ponte alle Grazie.

Nardone, G., De Santis, G. (2011). Cogito ergo soffro. Quando pensare troppo fa male. Firenze: Ponte alle Grazie.

Wegner, D. M., Schneider, D. J., Carter, S. R., & White, T. L. (1987). Paradoxical effects of thought suppression. Journal of personality and social psychology, 53(1), 5.

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