Ottimismo e pessimismo: i limiti dell’ottimismo (e i pregi del pessimismo)

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Ottimismo: una parola positiva. Se qualcuno ci chiedesse se è meglio l’ottimismo o il pessimismo, non avremmo dubbi, e risponderemmo a favore del primo. Dopotutto per intraprendere ogni nuova attività dobbiamo poter pensare, o quantomeno sperare, che possa avere successo. Per alzarci la mattina dobbiamo poter pensare che affronteremo il traffico senza essere travolti sulla porta di casa, e così via.

Ottimismo per vivere meglio o vivere meglio grazie all’ottimismo ?

Sperare e aspettarsi il meglio, scorgere la luce nel futuro in arrivo, la luce in fondo al tunnel, la luce della speranza, la speranza della luce. In accordo con il movimento della psicologia positiva (vedi Seligman, 2010) ci si aspetta che l’ottimismo garantisca una migliore qualità di vita, una più solida salute sia “psico” che “fisica”, più entusiasmo ed energia nelle relazioni interpersonali, nel sesso e negli affetti, in una parola: più felicità.

Donde quindi arrivare molteplici appelli ed inviti, diretti o indiretti, volti a cercare o stimolare l’ottimismo (un po’ come è accaduto con la motivazione – leggi qui). Ma se una persona naturalmente ottimista spesso vive meglio, trarre la (apparentemente) logica conseguenza che tutti possano vivere meglio diventando più ottimisti rischia di costituire una operazione logica un po’ troppo spericolata.

L’ottimismo non è per tutti

Perché le persone non sono tutte uguali: perché alcune si sentono naturalmente repulsive nei confronti di un ottimismo che appare loro troppo naive, oppure perchè pensare che tutto andrà bene può apparire in contrasto con un mondo in cui tante cose finiscono male, o anche perché qualcuno è scaramantico: pensare che andrà male li aiuta a stare calmi, come vedremo più avanti.

Ma c’è un altro aspetto: a fronte della sorridente positività di importazione a stelle e strisce (il famoso Think Positive), sorge un (forse) giustificato senso di ribellione per quella che rischia di diventare una nuova ideologia.

Che, lasciandoci liberi di essere cinici, intravediamo nella difesa dell’ottimismo in quanto tale, a prescindere dalla sua verosimilità. Una ribellione verso quella che la studiosa Barbara Held (2002) ha chiamato “la spinta tirannica ad avere un’attitudine positiva”.

Pessimismo alternativa all’ottimismo

Cercherò quindi di portarvi un paio di situazioni in cui il pessimismo è funzionale, in modo da equilibrare l’ago della bilancia.

Pessimismo positivo

Consideriamo per prima una situazione in cui una persona intraprende un determinato progetto, un determinato corso di azioni. Postulando l’idea che siamo tutti portati a rimanere fedeli a ciò che facciamo, ripetendolo anche quando porta al fallimento (Watzlawick et al., 1974), un pessimismo “sano” consisterebbe in questo caso nella reazione di colui che, prendendo atto dei segnali di insuccesso, cambia direzione prima della catastrofe. Nel suo articolo, ad esempio, Staw (1981) ci parla dei chiari segnali, inascoltati, di quella che sarebbe diventata una delle peggiori catastrofi dell’esercito americano: la guerra in Vietnam.

Pessimismo difensivo.

Alcune persone si comportano deliberatamente in modo pessimistico in modo da imparare a gestire meglio l’ansia. Avete presente, a scuola oppure all’università, quei compagni che prima di una prova dicevano sempre, senza eccezioni, di non sapere niente? E poi prendevano un ottimo voto?

Si tratta di una strategia intenzionale, chiamata pessimismo difensivo. Le persone che sperimentano più ansia o che hanno una più bassa autostima, utilizzano questa sorta di pessimismo preventivo per abbassare la propria paura di fallire e per motivarsi a fare meglio. Questo permette loro di avere degli ottimi risultati.

Qual è l’atteggiamento migliore ?

Non possiamo fare a meno di notare, a fronte delle situazioni riportate, un principio solo apparentemente banale: quello che non esiste un atteggiamento o uno stato mentale consono e funzionale a tutti. Questo vale per entrambi gli estremi dello spettro: di sicuro per il pessimismo, come anche per il suo opposto luccicante, l’ottimismo. E dobbiamo ricordarlo bene a noi stessi e agli altri, per evitare di corrispondere alla descrizione di Theodore Fontane:

Che persona è l’ottimista?

“L’ottimista è una persona che ordina una dozzina di ostriche nella speranza di poterle pagare con la perla che troverà in una di loro”.

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Bibliografia

Held, B. S. (2002). The tyranny of the positive attitude in America: Observation and speculation. Journal of clinical psychology, 58(9), 965-991.

Held, B. S. (2004). The negative side of positive psychology. Journal of humanistic psychology, 44(1), 9-46.

Norem, J. K., & Cantor, N. (1986). Defensive pessimism: Harnessing anxiety as motivation. Journal of personality and social psychology, 51(6), 1208.

Seligman, M. (2010). La costruzione della felicità. Segrate (MI): Sperling & Kupfer.

Staw, B. M. (1981). The escalation of commitment to a course of action. Academy of management Review, 6(4), 577-587.

Watzlawick, P., Fisch, R., Weakland, J. (1974). Change: principles of problem formation and problem resolution. New York: Norton.

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