Come nascono e si sviluppano i Disturbi Alimentari

disturbi alimentari, anoressia, bulimia, vomiting

La soddisfazione per il proprio corpo

Quando si inizia una dieta, la prima cosa che perdi è l’umore. (Anonimo)

Quanto apprezziamo il nostro corpo? Quanto ci piace? Quanto corrisponde ai nostri desideri? Quanto, soprattutto, siamo convinti che piaccia agli altri?

Solitamente, poco. Siamo convinti della nostra imperfezione, e forse la chiave per la salute sta proprio nell’accettare la propria fondamentale non perfezione, oppure, come qualche pensatore mette in rilievo, nel trovare perfetta l’imperfezione (Gilligan, 1997).

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Tuttavia, inseriti come siamo nel bombardamento informativo (non a caso la parola informazione deriva dal latino “dare forma interna” o “dare forma alla mente”), costantemente sottoposti a modelli irreali, digitalmente modificati al fine di stabilire obiettivi irraggiungibili, tale equilibrio è difficilmente afferrabile.

A cavallo degli anni ‘80 e ‘90, un team di antropologi si occupò di studiare l’evoluzione delle abitudini alimentari negli adolescenti delle Fiji, poco prima e durante l’introduzione della televisione come mezzo di comunicazione di massa. Il livello di insoddisfazione corporea era aumentato esponenzialmente in concomitanza con l’arrivo della TV, come anche l’esaltazione della magrezza (Becker et al., 2002). Quando tali imposizioni di modelli culturali irrealistici si intersecano a peculiari dinamiche psicologiche e familiari, il rischio di sviluppare un disturbo alimentare diviene elevatissimo.

L’inizio dei disturbi alimentari: stare a dieta per stare a dieta

Come fare a perdere peso? Ovviamente, mettendosi a dieta. Esistono diete di ogni tipo: diete a base di frutta e verdura, a base di proteine, a base di gelato, o (incredibilmente!) a base di pizza. Il principio base è però pressappoco lo stesso, cioè quello di diminuire l’importo calorico ingerito durante il giorno, in modo che le calorie consumate siano di più di quelle assorbite.

Come si vede, si tratta di un calcolo algebrico: se prima ingerivo quattro e consumavo due, dato che 4-2=2, ingrassavo di due. La dieta cerca di invertire l’ordine dell’equazione, portandola a: 2-4=-2, cioè ingerisco due, consumo quattro e di conseguenza dimagrisco di due. Apparentemente logico, lapalissiano, si direbbe.

Sfortunatamente per l’algebra, il nostro corpo funziona in base a meccanismi un po’ più complessi, che rendono il risultato frutto di numerose variabili, tra cui il momento della giornata in cui ci si nutre di determinati cibi, il tipo di metabolismo del nostro corpo (che è influenzato anche da variabili psicologiche e nutrizionali), la quantità di movimento fisico, il tipo e la quantità di massa muscolare che si possiede, ecc.

Ciò nonostante, l’algebra appare così irresistibilmente semplice da capire, che attrae e seduce con la sua apparente linearità, portando a circoli viziosi assoultamente distruttivi (Rossi et al., 2014).

Dieta in adolescenza

Un rischio troppo grosso per un risultato troppo scarso Patton et al (1999) hanno rilevato nella loro ricerca che gli adolescenti che si erano sottoposti ad una dieta restrittiva avevano una probabilità di circa 18 volte maggiore di sviluppare un disturbo alimentare nei sei mesi successivi; tale probabilità era invece “solo” di 5 volte maggiore, rispetto a chi non aveva intrapreso percorsi dimagrenti, in chi aveva affrontato una dieta leggera.

Ironicamente, Neumark-Sztainer et al. (2006) hanno rilevato che ‘stare a dieta’ non determinava, sei mesi più tardi, alcuna diminuzione del peso o dell’indice di massa corporea (BMI). Al contrario, il BMI risultava essere significativamente più alto, come la tendenza ad essere sovrappeso; stare a dieta, in altre parole, fa ingrassare (Nardone, 2007).

Tra i comportamenti più ‘insani‘ di controllo del peso, quelli maggiormente correlati allo sviluppo di un disturbo alimentare, a distanza di qualche mese, sono: digiunare, assumere sostituti nutritivi al cibo (ad esempio, bevande o pillole vitaminiche), saltare i pasti, fumare più sigarette nella speranza di dimagrire, assumere pillole dietetiche, il vomito autoindotto, utilizzare lassativi o diuretici. Tali comportamenti sono associati sia allo sviluppo di un disturbo alimentare basato sulla perdita di controllo e le conseguenti abbuffate (Bulimia o Binge Eating Disorder) sia allo sviluppo di comportamenti di controllo estremo del peso, che strutturandosi e cristallizzandosi possono portare all’Anoressia. Parallelamente, come fa osservare Cotrufo (1999), sembra esserci un progressivo aumento delle cosiddette sindromi sub-cliniche, situazioni cioè in cui i sintomi non permettono di formulare una diagnosi utilizzando i manuali diagnostici tradizionali, ma in cui le (o “i”) giovani pazienti tendono ad “assumere comportamenti simil-anoressici e/o simil-bulimici”; tanto più difficili da identificare e trattare.

Se la dieta funziona, tanto vale continuare: l’Anoressia

Si parla di Anoressia per riferirsi ad una condizione in cui la persona è costantemente impegnata nella perdita di un (supposto) eccessivo peso corporeo, tramite la restrizione alimentare. La ragazza (o il ragazzo) ha iniziato qualche mese prima la dieta, e si è accorto/a di essere in grado di mantenerla. La dieta è stata di successo; la bilancia ha confermato la bravura dell’aspirante asceta nel rispettare le regole (fornite da un esperto, autoimposte o reperite su Internet). Accade però un fenomeno peculiare; se il peso diminuisce per la bilancia, non lo fa altrettanto per gli occhi, che continuano a percepire grasso, molto grasso, troppo grasso. Aggiungiamo un dato: le classiche diete ipocaloriche provocano sì una diminuzione ponderale, ma l’effetto si attenua dopo un paio di mesi; il peso non cala più, e anche ciò che è stato perso era costituito soprattutto da acqua e muscoli (Rossi et al., 2014). In altre parole: si sono indebolite le parti più sane del corpo, mantenendo pressochè intatto il grasso. Spesso, però, il circolo vizioso disfunzionale si è attivato, e alla dieta (che ormai non funziona) ne verranno sostituite altre, sostenute da complicati calcoli calorici, e a volte da tentativi di eliminare la massa grassa tramite una forsennata attività fisica. Gli effetti del processo tramite il quale si costruisce la prigione dell’anoressia possono essere devastanti.

Dovrei stare a dieta, ma poi cedo e mi abbuffo: la Bulimia

Gli studi longitudinali (che studiano cioè l’evolversi di un determinato problema nelle stesse persone nell’arco di anni) hanno mostrato come spesso le persone non riescano a mantenere le condotte anoressiche, sviluppando altre forme di disturbi alimentari, come la Bulimia. Quest’ultima è caratterizzata, come l’Anoressia, da una costante preoccupazione per il proprio peso corporeo, ma il controllo ferreo sulla dieta e l’alimentazione cede il posto più o meno occasionalmente ad abbuffate. Si viene a creare una vera e propria alternanza tra i due poli (mi trattengo e restringo, vengo travolto/a e mi abbuffo); il rapporto naturale ed istintivo con il cibo viene a mancare. Quando la persona può scegliere cosa mangiare restringe, oppure sente ‘un demone’ impossessarsi di lei, e mangia fino a scoppiare. Per smaltire le calorie aggiuntive acquisite, la Bulimica si impegna in attività fisica oppure ad espellere il cibo appena ingerito tramite il vomito.

Mi abbuffo, e poi cerco di rimediare: il Vomiting

In alcuni casi il vomito autoindotto, da strategia contenitiva ed eliminatoria, può diventare una vera e propria dipendenza da un piacere inconfessabile: quello dell’abbuffata segreta, in cui abbandonarsi al cibo proibito, seguita dal vomito, che (si pensa) permetta di non ingrassare senza conseguenze, e senza lasciare tracce. Dalla ricerca-intervento (Nardone, Verbitz, Milanese, 1999) emerge un fenomeno peculiare: la sequenza dell’abbuffarsi e vomitare, in principio utilizzata come modo per evitare l’aumento di peso assume, con il tempo e la ripetizione, caratteristiche particolari. Essa tende a strutturarsi come una compulsione che intrappola la persona nel circolo del piacere trasgressivo, ma potenzialmente molto pericoloso: oltre a lacerazioni delle labbra e degli angoli della bocca, danni ai denti e alle gengive, provoca l’abbassamento del livello di magnesio, sodio e potassio nel sangue, causa di serie problematiche cardiache.

…la Psicoterapia Breve

Esistono molte Psicoterapie possibili nei confronti dei Disturbi Alimentari. Uno di quelli che negli ultimi vent’anni hanno prodotto i risultati più interessanti è l’Approccio della Psicoterapia Breve Strategica (Nardone et al., 1999; Nardone, 2007; Nardone & Selekman, 2011), che, sulla base di uno studio attento e meticoloso dei meccanismi di costruzione e mantenimento del problema, ha creato specifici protocolli in grado di far collassare il disturbo su sè stesso fino a farlo collassare. Tale Approccio, finalizzato alla massimizzazione dell’efficacia e dell’efficienza terapeutica, permette di ottenere miglioramenti in tempi rapidi, solitamente nell’arco di 4/5 sedute, permettendo di evitare un prolungamento della sofferenza esistenziale dell’individuo e della famiglia coinvolti.

Dott. Giacomo Crivellaro

 

Riferimenti bibliografici

Becker, A. E., Burwell, R. A., Herzog, D. B., Hamburg, P., & Gilman, S. E. (2002). Eating behaviours and attitudes following prolonged exposure to television among ethnic Fijian adolescent girls. The British Journal of Psychiatry, 180(6), 509-514.

Cotrufo, P. (1999b) Definizione epidemiologica e significato clinico delle sindromi parziali dei disturbi del comportamento alimentare. In CONGRESSO NAZIONALE DELLA SEZIONE DI PSICOLOGIA CLINICA (p. 32).

Dalle Grave, R. (2003). Anoressia nervosa. Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza, 1(1), 5.

Gilligan, S. (1997). The courage to love: Principles and practices of self-relations psychotherapy. WW Norton & Company.

McCabe, M., & Ricciardelli, L. (2001). Parent, peer and media influences on body image and strategies to both increase and decrease body size among adolescent boys and girls. Adolescence, 36(142), 225-240.

Neumark-Sztainer, D., Wall, M., Guo, J., Story, M., Haines, J., & Eisenberg, M. (2006). Obesity, disordered eating, and eating disorders in a longitudinal study of adolescents: how do dieters fare 5 years later?. Journal of the American Dietetic Association, 106(4), 559-568.

Nardone, G. (2007). La dieta paradossale. Ponte alle Grazie.

Nardone, G., & Selekman, M. (2011). Uscire dalla trappola. Ponte alle Grazie.

Nardone, G., Verbitz, T., & Milanese, R. (1999). Le prigioni del cibo: vomiting, anoressia, bulimia. La terapia in tempi brevi. Ponte alle Grazie.

Patton, G. C., Selzer, R., Coffey, C., Carlin, J. B., & Wolfe, R. (1999). Onset of adolescent eating disorders: population based cohort study over 3 years. BMJ : British Medical Journal, 318(7186), 765–768.

Rossi, P. L., Speciani, L., Ongaro, F., Bossi, M., & Bergami, L. (2014). Dieta o non dieta: Per un nuovo equilibrio tra cibo, piacere e salute. Ponte alle Grazie.

 

 

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