Bullismo:chi è il bullo, chi è la vittima

bullismo

La parola bullismo deriva dall’inglese ‘Bull’, toro; si riferisce al comportamento minaccioso (e, in seguito, spesso aggressivo) nei confronti di un intruso nel territorio del toro stesso. A partire dagli anni ‘80 si è cominciato a parlare di bullismo in ambito scolastico per descrivere un certo tipo di comportamento impregnato di violenza (verbale o fisica) da parte di alcuni studenti nei confronti di altri.

Chi è il Bullo?

Il Bullo è colui che attua questa violenza nei confronti di alcuni suoi compagni. E’ infatti sempre più chiaro che l’aggressività manifesta e finalizzata ad ottenere potere, tipica del fenomeno del bullismo, è caratterizzata da alcune dinamiche relazionali con amici e compagni di classe. Essi possono partecipare all’aggressione, rinforzarla indirettamente fornendo al bullo l’ammirazione sociale desiderata oppure, sollevati dal non essere per una volta le loro vittime, guardarsi bene dall’intervenire, rimanendo defilati ad osservare da lontano lo svolgersi della situazione.

Caratteristiche del Bullo

Sebbene inizialmente la ricerca psico-sociale sul fenomeno del bullismo fosse viziata da alcune nozioni non verificate e di senso comune (quali quelle che il bullo fosse evitato dai suoi pari, che fosse tendenzialmente insicuro o ansioso o carente in autostima), gli studi successivi hanno messo in luce la non veridicità di tali ipotesi.

Il bullo non è insicuro, anzi

Il bullo infatti, lungi dall’essere insicuro di sé, trae molta sicurezza dalle sue esibizioni di potere; inoltre, occasionalmente sfidando l’adulto di riferimento, ottiene l’ammirazione dei compagni, che adolescenti come lui, sono impegnati dal compito evolutivo di costruirsi un’identità indipendente dal mondo adulto.

Il bullo è un punto di riferimento per i compagni

Spesso il bullo è molto cercato dai compagni, che trovano in lui un punto di riferimento forte, in grado di farli brillare a loro volta, anche se solo di luce riflessa (Junoven & Graham, 2004).

I suoi familiari

La ricerca sui determinanti familiari del bullismo ha evidenziato la stessa ambivalenza:

  • da un lato, infatti, il bullo può provenire da una famiglia che non ha fornito un ambiente affettivamente accogliente per la crescita, utilizzando modalità educative prevalentemente punitive, spesso in senso fisico (Olweus, 1996);
  • dall’altro da un contesto familiare caratterizzato da uno stile interattivo democratico/permissivo, incapace di dare dei limiti ai comportamenti aggressivi del figlio/a (Olweus, 1995; Nardone et al. 2001).

Caratteristiche della Vittima

Non è facile stabilire quanto sia esteso il fenomeno del bullismo adolescenziale.

I risultati variano in base al contesto, all’area geografica, ai metodi di rilevazione e persino da classe a classe, in base ad una moltitudine di fattori, compreso il clima che l’insegnante riesce a creare.

Uno studio condotto negli Stati Uniti ha rilevato un coinvolgimento, come bulli o vittime, in circa il 30% degli studenti (Nansel et al., 2001).

Aumentando il periodo di tempo preso in considerazione, e contando ogni fenomeno di violenza verbale o non verbale come bullismo, però, uno studio condotto a Roma ha rilevato un coinvolgimento di circa il 100% degli studenti (Baldry & Farrington, 1999).

Bullismo come comportamento della natura umana

Tali risultati appaiono però ridimensionati da una semplice considerazione: imporre il proprio potere e utilizzare forme di violenza diretta o indiretta fa parte della natura umana, ed è quindi naturale che tali comportamenti si manifestino anche all’interno della scuola.

Bullismo, Bullismi
Se subire sporadici episodi di bullismo può far parte dell’esperienza di ogni adolescente, però, il discorso cambia per quanto riguarda le vittime croniche. Questi/e ragazzi/e, caratterizzati da una scarsa fiducia nelle proprie capacità di difendersi dagli altri, da alcune difficoltà o insicurezze relazionali e soprattutto da un certo isolamento sociale, tendono a soffrire per anni, dopo la conclusione del loro iter scolastico, delle ferite riportate ai tempi della scuola (Rigby & Slee, 1999; Arsenault et al., 2010). Un altro mito viene quindi parzialmente sfatato: quello che le vittime risultino rafforzate dalle esperienze subite.
Rispetto a quest’ultimo punto, possiamo infatti affermare:

La sofferenza può aiutare a crescere, ma solo quando è superata con successo.

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Bibliografia

  • Arseneault, L., Bowes, L., & Shakoor, S. (2010). Bullying victimization in youths and mental health problems:‘Much ado about nothing’?. Psychological medicine, 40(05), 717-729.
  • Baldry, A. C., & Farrington, D. P. (1999). Brief report: types of bullying among Italian school children. Journal of adolescence, 22(3), 423-426.
  • Juvonen, J., & Graham, S. (2004). Research-based interventions on bullying. Bullying: Implications for the classroom, 229-255.
  • Nansel, T. R., Overpeck, M., Pilla, R. S., Ruan, W. J., Simons-Morton, B., & Scheidt, P. (2001). Bullying behaviors among US youth: Prevalence and association with psychosocial adjustment. Jama, 285(16), 2094-2100.
  • Nardone, G., Giannotti, E., & Rocchi, R. (2001). Modelli di famiglia: conoscere e risolvere i problemi tra genitori e figli. Ponte alle Grazie, TEA
  • Olweus, D. (1995). Bullying or peer abuse at school: Facts and intervention. Current Directions in Psychological Science, 4(6), 196-200.
  • Rigby, K., & Slee, P. (1999). Suicidal ideation among adolescent school children, involvement in bully—victim problems, and perceived social support. Suicide and life-threatening behavior, 29(2), 119-130.
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