Bambini, iperattività e ADHD: cause e rimedi tra falsi miti e malattie moderne

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Iperattività o ADHD, ne avete già sentito parlare?

Oggi si parla sempre di più di deficit dell’attenzione ed iperattività; gli specialisti la definiscono  ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder), che sta per  sindrome da deficit di attenzione e iperattività. A seconda dei casi possono prevalere l’uno o l’altro dei disturbi.

L’iperattività, spesso associata al deficit d’attenzione, è un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in alcuni casi impedisce il normale sviluppo sociale e relazionale dei bambini.

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Ma come mai oggi si manifestano queste problematiche più frequentemente che un tempo e quali sono i sintomi riconducibili a tali disordini ?

Iperattività nei bambini: come riconoscerla

La predominanza di iperattività si può riconoscere da questi sintomi:

  • toccare ogni cosa o giocherellare con qualsiasi cosa sia a portata di mano
  • essere costantemente in movimento
  • dimenarsi e muoversi in continuazione da seduti
  • avere difficoltà a stare seduti durante la cena o a scuola
  • parlare senza sosta
  • incapacità di rispettare le richieste di star fermi da parte degli adulti di riferimento

Secondi studi recenti le cause possono essere:

  • Genetiche
  • Ambientali

Si stima che circa il 4% della popolazione pediatrica è affetta dalla Sindrome da deficit di attenzione e iperattività, e che sia uno dei maggiori problemi di salute in termini di costi sanitari, nonché una delle più frequenti diagnosi psichiatriche infantili extra-ospedaliere.

Possibili cause: genetiche e non

Da studi condotti tra il 1996 ed il 1998 dal ‘Università di Oslo, i ricercatori dimostrarono come la sindrome ADHD sia da attribuire a deficit genetici. Secondo lo stesso studio tuttavia esistono anche cause non genetiche.

Tra questi citano, la nascita prematura, l’uso di alcool e tabacco in gravidanza, l’esposizione ad elevate quantità di piombo nella prima infanzia e quest’ultimo sarebbe responsabile di lesioni cerebrali.

Tuttavia questo studio datato smentisce una possibile causa dei disturbi ADHD con l’ambiente circostante, ma dimostra una probabile correlazione con agenti tossici ed inquinanti introdotti con l’alimentazione, quali ad esempio, coloranti, conservanti. Tale studio smentisce inoltre la possibilità che lo zucchero abbia una parte significativa nelle manifestazioni da iperattività.

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Zucchero e iperattività

Ad oggi tuttavia il mondo della scienza non considera ancora chiusa la questione zucchero ed iperattività ed infatti non esclude la possibile causa di iperattività e l’introduzione di zuccheri semplici, dallo zucchero bianco allo sciroppo di glucosio-fruttosio sempre più utilizzato.

Un recente studio dell’Università di Yale   ha confermato il legame zucchero-adrenalina. I  bambini sottoposti  a questo studio che avevano assunto dosi elevate di zucchero a stomaco vuoto, producevano elevati livelli di adrenalina. La variazione dei livelli di questo ormone provocava tremori, ansia ed eccitazione e concentrazione.

In realtà da un punto di vista fisiologico, lo zucchero influenza l’iperattività nei bambini perché entrando velocemente nel flusso sanguigno apporta rapidi cambiamenti a livello del glucosio innescando produzione di adrenalina.

Come si può intervenire efficacemente

Ovviamente non si tratta di negare una caramella ad un bambino, ma di prendere coscienza circa l’importanza che una scorretta alimentazione ed alcune cattive abitudini possono impattare sulla salute dei nostri bambini

Sarebbe saggio oltre che opportuno, studiare attentamente la vita e la routine del bambino nel proprio ambiente. I bambini di oggi subiscono direttamente ed indirettamente i ritmi vorticosi che la nostra società materialista ci impone, al di là di possibili cause organiche sopra descritte, sarebbe bene concentrarsi su le possibilità di intervento applicabili nel quotidiano.

Senza rendersene conto, ognuno di noi entra in un loop che lo spinge a correre per svolgere qualsiasi cosa, sia a lavoro che durante la vita quotidiana. Questa modalità di esperienza per il bambino è quanto di più dannoso possa essere vissuto.

Durante la prima infanzia lo sviluppo psicosociale del bambino richiede delle tempistiche e delle tappe che non possono essere trascurate o addirittura saltate.

Le esperienze e le conoscenze del passato

Già ai tempi della grande Maria Montessori, nonostante la scienza non avesse ancora risolto molti dubbi, ella riteneva fondamentale, durante tutto il periodo di plasticità cerebrale definita ‘mente assorbente ‘, creare attorno al bambino un ambiente adatto costituito da elementi che potessero stimolarlo ed aiutarlo a manifestare le proprie capacità acquisite.

I bambini sono spugne” diceva, “assorbono tutto ciò che il loro contesto gli offre e si realizzano interagendovi”.  “Il bambino vive esperienze che provocano in lui impressioni e sensazioni che classifica ed organizza in percezioni”.

A seguito di queste affermazioni gli studiosi e scienziati dell’epoca, attraverso studi e ricerche, dimostrarono che la sinaptogenesi cioè la connessione delle cellule neuronali, raggiungono nel cervello umano l’apice tra il primo ed il terzo anno di vita.

La mente assorbente e le nuove abitudini

La mente assorbente consente al bambino di costruire la propria identità personale e sociale.  Ogni forma di interferenza dei processi di strutturazione dell’identità potrebbe danneggiare in maniera significativa lo sviluppo del bambino.

Una buona cura materna non consiste quindi solo nel soddisfare i bisogni che vede esternalizzati nei modi di essere del bambino, ma anche offrire quelle esperienze che sollecitano il suo essere a crescere e fiorire in tutte le dimensioni ontologiche.

Ma cosa accade frequentemente alle famiglie di oggi alle prese con la frenesia quotidiana?

Molto spesso mi capita di assistere durante lo svolgimento del mio lavoro, a scene di ordinaria quotidianità in cui bimbi di qualsiasi età vengono supportati nelle loro attività giornaliere, da ausili elettronici durante i pasti, per dormire, per giocare, come intrattenimento a 360° per molte ore al giorno.

E cosa comporta tutto ciò?

Di sicuro un non beneficio! Quella pace momentanea, si trasformerà ben presto in disturbi comportamentali. Può un lattante di sette, otto mesi, riuscire a consumare il pasto solo con l’aiuto di un cellulare o un tablet?

Può un bimbo di 2 anni rifiutare categoricamente il cibo perché non è più in possesso del suo tablet che disgraziatamente si è rotto?

Certo, i disturbi dell’apprendimento sono cosa seria, e forse ciò che quotidianamente è possibile rilevare nelle case non può essere categorizzato come problematica seria o grave , ma  a mio avviso ha tutti i presupposti per diventarlo.

Alcune riflessioni

Naturalmente sarebbe troppo semplicistico additare le nuove tecnologie come uniche ipotetiche cause di eventuali deficit dell’attenzione o sindromi da iperattività.

Mi chiedo però, in tutta onestà, se gli scienziati, i medici, gli studiosi di queste patologie moderne si chiedano a loro volta che tipo di infanzia e vissuto hanno avuto i bimbi dalla nascita al manifestarsi del disturbo.

Le altre domande che ci si dovrebbe porre

  • Che attività didattiche prevalenti hanno svolto?
  • Quanta vita all’aria aperta ed a contatto con la natura hanno avuto?
  • Che relazioni con il gruppo dei pari hanno avuto ?
  • Quante ore passano davanti a pc, tablet o tv?

Le etichette moderne

Oggi si etichetta tutto si etichetta troppo, inglobando bambini, standardizzandoli entro dei recinti fatti di dati, prove, test che tengono conto di tutto e di niente.

In molti casi si somministrano farmaci. Questa condizione negli ultimi anni si è diffusa velocemente in tutto il Mondo, con un enorme aumento di diagnosi e di  terapie; oltre l’11 % negli Stati Uniti, ed il 2,5 %  nel Regno Unito di  bambini in età scolare in cui l’uso di stimolanti anfetaminici è raddoppiato.

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ADHD oggi e le diagnosi errate

La definizione di ADHD si è ampliata sempre più negli ultimi anni così come la lista per il controllo dei sintomi utilizzata per diagnosticarla. Esistono centinaia di casi curati farmacologicamente che in realtà nascondevano ben altri disturbi che vanno dalla scarsa vista, alla carenza di ferro.

Questo significa che molto spesso si può incappare in diagnosi sbagliate e in sovra-prescrizioni di stimolanti non opportune.

Le mie considerazioni sull’iperattività

Vorrei concludere questo articolo che esprime un po’ il mio pensiero, sulla base del mio vissuto lavorativo con un breve paragrafo del testo “Filosofia della cura”, di Luigina Mortari, professore ordinario all’Università di Verona, dove dirige il dipartimento di Filosofia, pedagogia e psicologia.

Non ci si deve mettere a curare gli occhi senza la testa, né la testa senza il resto del corpo, così come neppure si deve curare il corpo senza l’anima.
Per una certa medicina razionalizzante e riduttivistica il malato è un corpo. Invece è una persona. Non è una sostanza immateriale che non sente in modo sensibile, ma è un’anima corporea o corpo spirituale. La persona sente nell’anima la qualità della vita corporea perché il nostro corpo ha una sostanza spirituale. C’è un dolore che nasce dalla carne e un dolore che viene dall’anima, ma raramente rimangono disgiunti.

Bibliografia e approfondimenti

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